
Negli ultimi tempi si parla sempre più spesso di leadership emotiva.
Un recente contributo di Manager Italia propone una rilettura interessante del ruolo del CEO: non più solo Chief Executive Officer, ma Chief Emotional Officer.
Le organizzazioni, in fondo, non sono solo strutture operative.
Sono sistemi emotivi.
E il modo in cui le persone si sentono influenza direttamente ciò che fanno.
Su questo punto è difficile non essere d’accordo.
C’è però una domanda che, leggendo, rimane sullo sfondo:
come può un leader occuparsi davvero delle dinamiche emotive di un’organizzazione se non conosce quel lato di sé?
Negli ultimi anni si parla molto di:
intelligenza emotiva
ascolto
empatia
gestione del clima
Tutti elementi importanti.
Ma spesso vengono trattati come competenze da applicare.
Come se bastasse fare le cose giuste, nel modo giusto.
Nella pratica, però, la questione è diversa.
Quando la pressione aumenta, succede qualcosa di molto preciso.
Non solo nelle persone.
Nei sistemi.
Si attiva una modalità che non ha nulla a che fare con la leadership.
Ha a che fare con la sopravvivenza.
Fino a un certo punto:
si osserva
si valuta
si decide
Oltre quella soglia:
si reagisce
si controlla
si accelera
Il problema non è morale.
È fisiologico.
Un leader sotto pressione non è fuori da questa dinamica.
Ne è dentro.
E in quello stato:
l’ascolto si riduce
le decisioni si irrigidiscono
il controllo aumenta
E tutto questo si trasmette.
Perché le organizzazioni non reagiscono solo alle decisioni.
Reagiscono allo stato di chi le prende.
Un sistema non copia le strategie.
Replica le tensioni.
Molti approcci alla leadership cercano soluzioni a questo livello:
comunicazione
gestione delle emozioni
tecniche di ascolto
Sono utili.
Ma spesso arrivano dopo.
Perché il punto non è “cosa fare”.
È in quale stato si è mentre si fa.
Per esperienza, ciò che fa la differenza non è tanto la tecnica.
È la capacità di osservare ciò che accade, mentre accade.
Non per controllarlo.
Ma per non esserne completamente guidati.
Pratiche come la meditazione lavorano esattamente su questo passaggio.
All’inizio sembrano strumenti.
Poi diventano qualcosa di più semplice e più radicale:
la possibilità di restare presenti senza reagire automaticamente.
Nel tempo ho sperimentato alcune pratiche che lavorano proprio su questo equilibrio tra attivazione e rilascio:
Meditazione Dinamica di Osho
Meditazione Kundalini di Osho
Queste pratiche non “insegnano a rilassarsi”.
Permettono di attraversare ciò che si muove, senza trattenerlo.
Accanto a queste, esistono anche pratiche più silenziose di osservazione, che nel tempo diventano centrali.
Alcune di queste sono raccolte nella sezione meditazione e risorse accessibile a chi lavora sui contenuti del libro.
Quando cambia lo stato del leader, cambia anche il sistema.
Un leader teso genera tensione.
Un leader che controlla genera controllo.
Un leader che ascolta davvero rende possibile l’ascolto.
In questo senso, un leader rilassato è il primo regolatore del sistema.
Non perché fa qualcosa di diverso.
Ma perché diffonde un modo diverso di stare nelle situazioni.
Forse è da qui che si può rileggere il tema.
Non come capacità di gestire le emozioni degli altri.
Ma come capacità di stare nelle proprie, senza esserne guidati automaticamente.
E da lì, creare le condizioni perché anche il sistema possa funzionare in modo più lucido.
Le strategie prendono forma nei fogli Excel.
Ma prendono vita — o si bloccano — nelle persone che devono realizzarle.
E, soprattutto nello stato di chi guida.

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